PAOLA AMERIO
Scrivere è un po' come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso. ***Andrea De Carlo, Due di due, 1989***
link condivisi e amici
giovedì 29 novembre 2012
Se dico fiume
Deriva, spostamento laterale di un corpo galleggiante per effetto della corrente.
E io, un corpo lo sono, quindi, se in acqua il mio destino è quello di vagare senza meta, è pur altrettanto vero che sulla terraferma dovrei trovare riposo.
Dovrei.
Oh, caro Don Luigi, stamattina si è dimenticato di darci la benedizione!
Allora non sono l’unica in paese che con il passare delle primavere va rincitrullendo. Magra consolazione però. Io, al detto mal comune mezzo gaudio non ci ho mai creduto. E poi, Padre, è già un vero miracolo se del mancato lieto fine ce ne saremo accorte in tre. La Nina? No Don Luigi, quella no, la Nina non alzerebbe la testa dai grani del suo inseparabile rosario neppure se a dir messa venisse il Santo Papa in persona.
- Ave Maria piena di grazia..
- Nel nome del Padre…
- Benedetta tra le donne…
- Scambiatevi un segno di..
- Il frutto del seno tuo…
- La messa è finita…
- E nell’ora della nostra morte. Amen
- Amen.
Pazienza, vorrà dire che per oggi me ne tornerò a casa senza andare in pace. Tanto, è da tempo che non ho più né la pace, né molte altre belle cose della vita.
Nonna Ida diceva saggie parole.
- Chi se ne va per primo tra due vecchi coniugi è il più fortunato.
Questo andava ripetendo da quando il marito era partito per il suo viaggio senza ritorno.
Accidenti se aveva ragione, l’ho constatato sulla mia pelle.
Mi manchi così tanto Pietro che sono arrivata a benedire questa nebbia che, giorno dopo giorno, avvolge sempre più tutti i nostri meravigliosi anni insieme. Bianca ovatta che confonde, frammenti di un lontano passato che si perdono e tu, una stanza chiusa di cui ho perso la chiave.
Non mi resta che la mia panchina adesso. Quattro sgangherate assi per chi, come me, non ha più nessuno che lo aspetti per il pranzo. Niente più fretta.
Ma davvero mi piace tutta questa calma incolore, tutta questa assenza di urgenza?
Quando sono seduta qui a godermi un timido raggio di sole, sì, mi piace. Però a casa, a casa è un’altra storia. Soprattutto la sera.
Vorrei che non venisse mai la notte, vorrei che per una volta il buio si dimenticasse di me e che queste lunghe ombre andassero altrove a mettere in scena il loro triste spettacolo. Ballerine senza sorriso, così le ho soprannominate, danzatrici monotone che si ostinano a ripetere scene di un mondo che non è più.
Tu, Pietro, non sei più.
Tumore alle vie urinarie, così sentenziarono i dottori poco prima che morissi. Altro che semplice bisogno di un po’ di riposo. Ma i medici dell’A.C.N.A erano pagati molto bene per minimizzare, per nascondere la verità fin tanto che la menzogna fosse stata credibile.
E intanto voi valligiani lavoravate per morire.
- Se devo andare, andrò, e se devo restare, questo è il mio posto, accanto a te Agnese. –
Così replicavi con fermezza ai miei rimproveri quotidiani. Di un ricovero all’ospedale, Pietro, tu non ne hai mai voluto sapere.
La fabbrica è sempre stata la vera e unica protagonista della scena. In val Bormida non si parlava che di lei. Nel bene, ma specialmente nel male.
Eppure alle sue lusinghe ci abbiamo creduto in tanti. Lavoro a volontà per tutti, anche per quelli più giovani e scapestrati come te. Poi, con il passare degli anni, la sfacciatezza della realtà infranse ogni nostra illusione.
Si fa fatica a credere al miracolo quando davanti agli occhi non resta che l’agonia di un paese e del suo fiume.
Entrasti in fabbrica a sedici anni, nel 1935.
In quel periodo l’A.C.N.A. stava assumendo molte persone. l’Italia aveva bisogno di esplosivi per conquistare il suo posto al sole e la Val Bormida non avrebbe certo deluso le aspettative del suo Duce.
Tritolo, Mussolini qui ne avrebbe trovato tutto quello che desiderava.
Per le strade di Cengio come nel resto dello Stivale non si parlava d’altro: i bacati frutti della martellante propaganda fascista erano ormai maturi. Improvvisamente sembrava che ci fossimo dimenticati di tutto, delle squadracce fasciste, del delitto Matteotti, della marcia su Roma.
Che importava se l’aria di Cengio aveva odore d’ inferno. Che importava se nel fiume non c’erano più pesci.
Soltanto la realizzazione del delirio colonialista del Duce, solo quella era importante.
Pazzi, eravamo davvero usciti di senno. Come giustificare altrimenti il nostro folle comportamento.
Quel dirigente, quel tal Belloni, lui era un membro del Gran Consiglio del Fascismo e aveva tutto l’interesse ad ingannare i suoi compaesani. Ma noi, noi che mai avremmo potuto guadagnarci a lasciare che ci avvelenassero per pochi soldi.
Sono cresciuta per mano alla fabbrica.
Ogni maschio della mia famiglia lavorava all’A.C.N.A. e per me, sentirne parlare quotidianamente tra un piatto di polenta e due castagne bollite, era la normalità. Prima vi entrò mio padre, messo a sfornare esplosivi durante la guerra. Poi fu il turno di mio fratello, addetto alla produzione di acido cloro fosforico, il veleno di stato. E in ultimo anche tu, Pietro, l’unica cosa buona che mi diede l’A.C.N.A.
Purtroppo, però, ancora non sapevo quale caro prezzo avrei dovuto pagarle in cambio di quegli anni felici.
A volte la tua assenza è così feroce Pietro che l’unica via d’uscita è ignorarla. Ma se la nostalgia si fa insopportabile e l’oblio non viene in mio aiuto, allora mi affaccio alla finestra e mi metto in ascolto.
La voce del mio fiume. Le voci dei miei cari.
Suoni talmente lievi da non essere più neppure lamenti.
Se dico fiume, la prima immagine che dovrebbe venirmi alla mente è quella di un corso d’acqua fresca che corre allegro verso il mare. E invece, se dico fiume è al Bormida che penso, ai suoi colori ogni giorno diversi a seconda del veleno che vi veniva rigurgitato dentro.
Penso a questa povera vittima innocente, alle sue rive spelacchiate dove, tra rovi e rami secchi, ci conoscemmo un lunedì di Pasquetta di tanti anni fa.
Quel mattino l’aria era tiepida. Il sole non c’era, ma la sua calda presenza si poteva facilmente intuire dai raggi di luce che filtravano attraverso una leggera tendina di nubi.
Stavo passeggiando con la mia famiglia in cerca di primavera quando ti vidi. Eri il più alto tra i tuoi amici, una massa di ricci scuri che correva sudata dietro ad un pallone mezzo sgonfio.
- Ehi, bellissima ragazza, mi passeresti la palla? -
Altro che! pensai arrossendo. I tuoi occhi neri e brillanti come catrame appena gettato mi fissarono con fare sicuro e deciso. Ma ad un secondo sguardo, più attento e soprattutto molto meno impreparato, non mi sfuggì la profonda sensibilità che li animava.
Ci rivedemmo la domenica successiva fuori dalla chiesa.
- Agnese, è così che ti chiami allora! E quand’è che ti deciderai a darmi un bacio stella mia? – Me lo urlasti dalla parte opposta della piazza e la tua sfacciataggine, per la seconda volta nella stessa settimana, mi fece colorare le guance.
Mamma scosse il capo e, abbassato un poco il mento, si affrettò a tirarmi per un braccio. Papà, invece, fu molto più esplicito e emesso un grugnito indecifrabile, mi diede un rumoroso scappellotto sulla testa.
Ma tu mi piacevi Pietro e da quel giorno incontrarti fingendo il caso diventò la mia specialità.
- Prima il dovere Agnese - così mi ripetevano i miei genitori. C’erano i fratellini da far crescere, la campagna e le bestie da accudire e poi, chissà quando, poi sarebbe venuto anche il turno del mio piacere. E io ci provai davvero a dare retta ai loro saggi consigli.
Resistetti per quaranta lunghi giorni, la quaresima più lunga della mia vita. Ma a fine maggio….
Era maggio o giugno Pietro? Accidenti a me. Ecco una delle tante briciole di passato irrimediabilmente perse tra il fango del Bormida.
Il giorno del nostro matrimonio, però, Pietro, quello sì che me lo ricordo bene. Sette ottobre 1939. L’anno della tragedia, come dimenticarlo.
L’arrivo dell’autunno fu segnato da una tremenda esplosione che devastò l’intero reparto di pentrite causando la morte di cinque operai. Cinque le vittime e neppure un colpevole e noi, per rispetto di quei morti senza giustizia, decidemmo di non fare alcuna festa dopo la cerimonia. Un buon pranzo con le nostre famiglie in casa di nonna bastò per celebrare una gioia nata mutilata.
Fu un autunno lungo, interminabile, seguito da un inverno gelido. Iniziò a nevicare a fine novembre e in breve, il freddo si fece così intenso che la legna non bastava mai.
La galaverna regnava ovunque, nessuno sfuggì alla sua morsa. I rami degli alberi e i fili d’erba secca giacevamo imprigionati senza scampo e, a poco a poco, anche i miei sogni fecero la stessa fine.
Non rimasi incinta, né in quel Natale né nei mesi a venire, e per non perdermi tra le lacrime le tentai davvero tutte. Io volevo davvero farti felice, ma tutti i miei sforzi furono inutili. Seguivo fedelmente le orme lasciate dai tuoi calzari, posavo il piede sovrapponendolo con precisione alla tua impronta, ma intanto, sprofondavo. L’ ingenuo stratagemma purtroppo non bastò ad ingannare la mente.
- È soltanto un po’ di tristezza - disse il nostro medico raccomandandoti di starmi vicino.
Però il tempo passava e, tra notti insonni e giorni di silenzio, della bella stagione non s’intravedevano neppure ancora le gemme.
Poi un mattino successe una cosa strana, inaspettata. La speranza improvvisamente evaporò e il mio cuore finalmente libero di amarti riprese a battere per te.
Non ho mai capito se tu Pietro fossi davvero sincero quando ti dicevi sollevato dall’idea di non diventare padre. No, non volevi nessun figlio. Non in un mondo così meschino e cattivo. Non in quegli anni di follia.
Ma quando il ventotto aprile 1945 arrivò il giorno della resa dei conti e Mussolini fece la fine che meritava, sono sicura che anche tu sentisti il vuoto che regnava nella stanza accanto alla nostra.
Sembra assurdo. L’Italia aveva vinto la sua battaglia contro il fascismo e qui, invece, noi non facevamo altro che assistere impotenti all’agonia della nostra valle.
A dire il vero, negli anni non mancarono diversi tentativi di ribellione messi in atto da contadini coraggiosi. Vidi uomini che a mani nude provarono seriamente ad opporsi al gigante, ma i loro sforzi risultarono vani, inutili come quelli di uno scoiattolo contro un carro armato.
E quando la guerra finì, come spesso accade, qualche anima semplice si lasciò illudere di nuovo.
La produzione di esplosivo d’ora in poi sarebbe cessata, sostituita dalla creazione di coloranti chimici.
Tutto si sarebbe risolto. Così dicevano con fermezza quelli ai vertici della fabbrica, e così ripetevano i loro fedeli servitori.
Invece l’avvelenamento continuava silenzioso e strisciante come un serpente e intanto, la notte, la fabbrica seppelliva nelle nostre terre i rifiuti tossici della sua patetica ipocrisia.
***
La prima volta che ti accorgesti che qualcosa non andava nel tuo corpo fu per via di quella pisciata. Troppo colorata. Un liquido così rosso che di paglierino non aveva più neppure una lontana parvenza.
Ma tu non volevi che fosse e tirato velocemente lo sciacquone, ti affrettasti a chiudere la porta del bagno dietro di te. Quella maledetta paura così come era arrivata adesso doveva sparire, doveva tornarsene nelle fogne. A questo pensavi mentre mi dicevi che non c’era di che preoccuparsi.
- Stai tranquilla anima mia, non è nulla Agnese. -
Me lo dicesti però con un tono di voce un po’ troppo rassicurante.
Quanta urgenza nelle tue parole.
Avevi già capito.
Percolato, questo era il nome del nemico che ci stava assediando tutti quanti. Cancro, invece, era il nome del tuo personalissimo avversario.
In valle, in realtà, sapevamo da tempo che bere l’acqua che arrivava nelle nostre case era come dissetarsi ad una fontana di veleni. Ma che potevamo fare. Non avevamo alternativa.
Intrappolati come i pesci del Bormida non ci restava che aprire il rubinetto e farci il segno della croce.
I casi di tumore alle vie urinarie erano ormai all’ordine del giorno e le rare famiglie che ancora non avevano un morto ammazzato dall’ A.C.N.A. potevano ritenersi davvero fortunate.
L’agonia della fabbrica fu lenta, interminabile come le sofferenze che rosicchiavano la tua forza vitale. Non basta un dolore, caro Pietro, né per venire al mondo, né per morire.
Montecatini, Montedison, Enimont, EniChem. Il padrone negli anni cambiava nome ma i loschi affari dell’A.C.N.A. restavano sempre gli stessi.
Facesti in tempo a vedere qualche patetica soluzione di facciata con cui tentarono ancora di prenderci in giro e poi, mi salutasti con un cenno stanco dei tuoi splendidi occhi neri.
Avevamo davvero sperato di poter festeggiare insieme il giorno in cui quel maledetto cancello si sarebbe chiuso per l’ultima volta. E invece, oggi, di quel sogno non mi resta che una nuova nuvola ad allungare l’interminabile lista delle nostre occasioni perdute.
Dopo centodiciassette anni, Pietro, l’ A.C.N.A. chiude, ma adesso è troppo tardi amore mio.
Il danno ormai è stato fatto e ora non c’è più tempo, tempo per noi, tempo per il Bormida, per la sua valle.
Però, se lì dove sei tu adesso è davvero il Paradiso di cui va parlando Don Bruno nelle sue prediche, è pur vero che anche qui, in terra, un po’ di giustizia non guasta.
E se oggi tu fossi qui con me, Pietro, so esattamente cosa mi diresti.
- Satana sarà pur un principe, anima mia, ma non sarà mai un re! -
giovedì 18 ottobre 2012
Le piccole e medie imprese sono vicine al collasso. E' una questione di mesi. Il tessuto produttivo del Paese si sta sfaldando. Le banche, impegnate a comprare titoli di Stato sul mercato internazionale e di nuova emissione, non concedono più crediti alle aziende. i prestiti sono in continua contrazione. Il Governo non paga i debiti della PA di 80 miliardi che Rigor Montis ha rinviato al prossimo esecutivo, dopo le elezioni del 2013. Nel frattempo le imprese sono strangolate dalle tasse più alte dell'area UE e dagli interessi di Equitalia quando non riescono a far fronte ai pagamenti. Ogni giorno falliscono 35 imprese. Nel 2011 sono state 11.600, il peggiore dato dall'inizio della crisi. La previsione per il 2012 è di 13.000 nuovi fallimenti, più di mille al mese. Questa è la vera emergenza nazionale. Tutto il resto, anche il paradiso, può attendere. La cura di Rigor Montis ha l'obiettivo di salvare le banche ed evitare la svalutazione dei nostri titoli pubblici, nel frattempo però il Paese muore. Un'impresa su quattro chiude entro i primi tre anni di vita. Lo Stato è totalmente assente nello svezzamento delle imprese, anzi, se può, ne aiuta la morte in culla con una burocrazia folle e tasse su redditi presunti. Se aprire un'azienda è quasi impossibile in Italia, farla chiudere è un attimo. Un'impresa che chiude lascia in mezzo alla strada i suoi dipendenti con le loro famiglie. Nella ricca Lombardia ben 2.613 aziende hanno chiuso nel 2011. Un imprenditore che si stanca di questo Stato baronesco e feudale, cialtrone e vessatorio, se può lascia l'Italia per Paesi più civili, come la Slovenia, la Carinzia, la Svizzera che lo accolgono a braccia aperte. Paesi dove i servizi, come la connettività e le poste per fare un esempio, costano meno e funzionano. La parola "funzionare" dovrebbe essere scritta dai ministri su una lavagna cento volte al giorno per prendere coscienza dello sfascio in cui, insieme a Rigor Montis, ci stanno trascinando. Un Paese non può "funzionare" senza le imprese. Si crede veramente che si possa vivere soltanto di servizi, pensioni e Pubblica Amministrazione. Chi paga il conto? L'ovetto Kinder Passera? Un'impresa che chiude è un fallimento per il Paese. L'idrovora di Stato sta succhiando la linfa delle piccole e medie imprese come un immenso parassita. Quando il gettito fiscale di impresa, e dei suoi dipendenti, verrà meno (è una questione di tempo) lo Stato chiuderà i battenti. Dove fanno il deserto, la chiamano crescita.
martedì 24 aprile 2012
da il Fatto Quotidiano
L’ex premier islandese Geir Hilmar Haarde, unico capo di governo sotto processo in relazione alla crisi economica globale, è stato condannato per non aver preso iniziative per assicurare “un’analisi completa e professionale del rischio finanziario da parte dello Stato a fronte della crisi finanziaria”, ma è stato assolto dagli altri tre capi d’accusa, formulati contro di lui per negligenza nella gestione della crisi del 2008.
Ad Haarde, primo ministro dal 2006 al 2009, era infatti contestato di non aver agito con tutti i mezzi a lui disponibili per evitare il fallimento di tre banche islandesi e il conseguente collasso dell’isola. I giudici non gli hanno inflitto alcuna sanzione e sarà lo Stato a dover pagare le spese processuali. Rischiava fino a due anni di carcere.
Il verdetto è stato annunciato ieri dal Landsdomur della capitale Reykjavik, la speciale corte composta da 15 membri (5 giudici della Corte Suprema, un presidente di corte distrettuale, un professore di diritto costituzionale e 8 persone scelte dal Parlamento), che dal 1905 ha giurisdizione sui ministri. “E’ assurdo – ha commentato l’ex premier dopo la sentenza -. È ovvio che la maggioranza dei giudici si è sentita sotto pressione nel giudicarmi colpevole su un punto, sebbene minore, e salvare il collo dei parlamentari che hanno istigato tutto questo”. Il Parlamento decise di mandarlo a processo con 33 voti favorevoli e 30 contrari.
Il procedimento si era aperto il 5 marzo. Haarde, 61 anni, si era dichiarato non colpevole di tutti e quattro i capi d’accusa, sostenendone l’infondatezza. Né lui né i regolatori finanziari, aveva detto durante la testimonianza, conoscevano il reale stato della situazione finanziaria delle banche fino a che non sono crollate: “I banchieri non avevano capito che la situazione fosse così disastrosa. È stato solo dopo il crollo che tutti se ne sono resi conto”. Secondo l’accusa Haarde avrebbe omesso in particolare di mettere in pratica le raccomandazioni che una commissione governativa aveva redatto nel 2006 per rafforzare l’economia islandese.
Le banche islandesi appoggiarono la grande crescita del paese nei dieci anni prima del collasso nell’ottobre del 2008, comprando asset all’estero e contraendo debiti che non sono riusciti poi a ripagare. I tre principali istituti dell’isola – Kaupthing, Landsbanki e Glitnir - crollarono nel giro di una settimana. La successiva implosione incrementò l’inflazione e molte persone persero il lavoro. Haarde diventò il simbolo della cattiva gestione del sistema e nel 2009 fu costretto a dimettersi, accusato dall’opinione pubblica di aver nascosto loro la gravità della situazione e non esser stato in grado di gestire il paese dopo il crollo.
sabato 21 aprile 2012
Il movimento 5 stelle
dal blog www.byoblu.com
Il Movimento Cinque Stelle è un metodo, non un prodotto. Siamo abituati a venditori di pentole che si presentano con una serie di casseruole fatte e finite e cercano di spillarti soldi. Subito dopo averle comprate, ti rendi conto che ti hanno fregato. Il rappresentante del Movimento Cinque Stelle ideale, invece, suona alla porta con un tablet in mano, ti mostra come collegarti a tutti quelli che, come te, hanno bisogno di una pentola, poi a tutti i costruttori di pentole, poi ai fornitori di materiali e poi ti insegna a cercare tutti insieme la soluzione giusta. Quando avete finito, vi arriva la pentola a casa, ma l’avrete costruita da soli, come piace a voi.
Se non si parte da questi fondamentali, da ripetere fino alla nausea, ci sarà sempre gente che vuole andare a votare come si va al supermercato e gente che si ostina a chiedere a un cacciavite di costruirsi il mobile da solo. Dietro al Movimento Cinque Stelle, invece, c’è una visione: moltiplicare le potenzialità della rete per farsi rotelle e ingranaggi di un meccanismo globale, il cui funzionamento emerge dall’interazione di ogni più piccola puleggia con l’altra e dove ogni singola rotellina ha un’anima.
Questo è il sogno. Questo significa dire che “ognuno vale uno”: una politica senza personalismi nata per dire basta ai singoli che hanno sempre una risposta per tutto ma che rappresentano solo se stessi, con il risultato che le loro risposte valgono zero, che è meno di uno. E quindi – loro sì – sono pura demagogia e populismo. Un eletto del Movimento Cinque Stelle siede su una poltrona ma non conta niente e non decide niente: si limita a chiedere al Movimento qual è la sua posizione e attende. Il Movimento usa la rete, consulta le intelligenze al suo interno e formula la sua proposta. L’eletto esegue. Dunque che senso ha chiedere a un consigliere regionale del Movimento Cinque Stelle cosa pensa del problema della ristrutturazione del debito, della riforma del lavoro o della superfettazione della noosfera? Quando anche rispondesse, lo farebbe a titolo personale.
Ma allora, compreso questo, quando? Mi verrebbe da rispondere mai, perché se sposi un metodo scegli qualcosa di cui non puoi essere semplice spettatore: se osservi il Movimento Cinque Stelle, lo cambi. Come Heisenberg. Ma certo, quando e se si presenteranno alle politiche, significherà che avranno un programma adeguato, frutto del contributo di tutti, e che avranno selezionato i candidati idonei a comunicarlo. Fino a quel momento, chiedere a una porta di aprirsi e varcarla senza avere atteso il suo collegamento con il corridoio successivo è come fare un salto nel vuoto. Chi ha visto Cube sa di cosa parlo. Bisogna prima attendere che la rete si configuri. Nel frattempo c’è da spiegare il metodo. Oppure, visto che il Movimento Cinque Stelle è candidato alle amministrative, c’è da parlare di programmi locali, di soluzioni per il territorio.
Tutto il resto è come tentare di avviare un eseguibile che sta ancora compilando: se la barretta di caricamento non è ancora arrivata al 100%, è inutile pigiare ripetutamente sul tasto enter.
venerdì 9 marzo 2012
I figli dei nostri figli postato da Metilparaben
L'Earth Overshoot Day è il giorno dell'anno in cui le risorse complessive consumate dall'umanità superano le capacità del pianeta di produrre quelle risorse nell'anno stesso: si tratta, in altri termini, del momento in cui i bisogni umani eccedono la capacità rigenerativa dell'ecosistema naturale, e quindi l'uomo richiede più risorse e produce più rifiuti di quanto la biosfera possa rigenerare e assorbire.
Il primo overshoot si è verificato nel 1987: negli anni precedenti il consumo umano delle risorse naturali era inferiore alla capacità della terra di rigenerarle.
Da quel momento è iniziato il baratro, perché di anno in anno il giorno dell'overshoot è arrivato sempre prima: il 19 dicembre nel 1987, il 21 novembre nel 1995, il 20 ottobre nel 2005, il 27 settembre nel 2011.
In buona sostanza, ciò significa che oggi la terra impiega un anno e mezzo per rigenerare quello che usiamo in un anno, ovvero che l'umanità, per approvvigionarsi delle risorse che consuma e per smaltire i rifiuti che produce, sta usando l'equivalente di un pianeta e mezzo.
Il problema, con ogni evidenza, è che di pianeta ne abbiamo uno solo, il che conduce a concludere che lo stiamo distruggendo.
Ora, può anche darsi che io sia entrato in una spirale ambientalista dalla quale non riesco a uscire vivo; sta di fatto, però, che sono letteralmente terrorizzato dal fatto che l'annientamento del pianeta su cui viviamo non dipende da fattori esterni e incontrollabili, ma da noi stessi: da quello che mangiamo, da come ci spostiamo, dalle risorse che consumiamo.
Si può scegliere di fottersene, ovviamente, contando sul fatto che quando il disastro sarà compiuto non ci saremo più, e a smazzarsi la faccenda saranno i nostri figli, o i figli dei nostri figli: ma quello che dovrebbe indurci a riflettere è la circostanza che probabilmente non si andrà molto oltre quel limite. E che quindi potrebbero essere i nostri nipoti, vale a dire persone che ci auguriamo di conoscere e che ameremo, ad essere sommersi dall'ondata di merda.
Loro, non individui indefiniti collocati in un futuro ipotetico. Persone vere, in carne ed ossa, con una faccia, una voce e un carattere che ci saranno familiari.
Dite la verità, la cosa non spaventa a morte anche voi?
lunedì 13 febbraio 2012
in margine ad Atene di il simplicissimus
Stamattina, mentre cercavo notizie sul dramma della Grecia mi sono imbattuto in un pezzo di Diamanti sui giovani. Niente di notevole, il solito esercizio di retorica socio, psico arrendevole e arresa, ma riga dopo riga, di citazione in citazione diventava sempre più evidente l’orrenda verità: che a straparlare di giovani e di speranze sono settuagenari, vegliardi che sfiorano i novanta, al massimo pimpanti ultrasessantenni ancora in forza alla macchina delle illusioni con la quale si cerca di rapinare il futuro, dopo aver avvelenato il presente.
Anche io sono vecchio ormai, ma forse proprio per questo trovo intollerabile il vecchiume intellettuale e soprattutto il modo molle e infingardo con cui si propongono come verità ricette fallite e si dà da intendere che lo si fa per le nuove generazioni. E’ uno straordinario spettacolo di impotenza a pensare il mondo in maniera diversa, a non ricadere negli stessi errori: la prepotenza e l’arroganza del passato sono anche più forti del potere che suggerisce le mosse.
E intanto il sonoro che giunge di Atene, rende ancora più desolante lo spettacolo di queste rovine umane che cianciano di un futuro non più loro. Come non si vergognano di massacrare il popolo greco, non certo per quei quattro soldi di prestito, una frazione miserrima di quanto si concede alla finanza e ai suoi strumenti bancari. Come non si vergognano di dire che lo si fa per i giovani, quando invece si costringe un intero paese al massacro sociale e umano solo perché se dovesse fallire e assieme ad esso dovessero essere coinvolti altri Paesi, si dovrebbe ricominciare a nazionalizzare le banche e a imbrigliare il potere finanziario che ormai comanda come burattini questi vecchi che nascondono le loro rughe dietro la cosmesi dei giovani. Pensavano fosse quello il nuovo mondo e ora non sanno cambiare, nemmeno di fronte all’evidenza, perché la drammatica evidenza è anche la fonte del loro potere.
Come tutte le cose senili anche la menzogna, l’infingimento, il calcolo che più non torna, acquista un carattere desolante perché scopre e rappresenta la definitiva inettitudine alla presa di coscienza da cui ci si difende in nome del passato.
giovedì 9 febbraio 2012
Gustavo Zagrebelsky: il rinnovamento nelle mani dei giovani
“Si può abolire la democrazia in modo soffice, quasi piacevole, entrando
nel vostro cervello e facendovi pensare tutti allo stesso modo. Attenti
alle mode e all’omologazione. L’imbonimento delle menti è più
pericoloso dei manganelli”. Questo il monito di Gustavo Zagrebelsky agli
studenti del liceo Marie Curie di Grugliasco durante la lezione “La
dittatura non nasce in un secondo”. L’incontro si è svolto il 25 gennaio
nell’ambito del progetto “La Costituzione in mano”.
“Chissà a quale giro appartiene?” è un’espressione comune riferita a persone che hanno raggiunto posizioni importanti nonostante non lo meritino. Secondo Zagrebelsky tale modo di dire è spia di un diffuso meccanismo: «La nostra vita è avvolta in una rete di giri di potere. "Chi si trova in basso è disposto a dare fedeltà in cambio di potere. Il giro ti prende quando sei in basso e soddisfa i tuoi bisogni. Tanto più sei fedele, tanto più sali in alto. Altrimenti vieni eliminato, anche in modo violento". Ad essere sotto accusa è l’atteggiamento clientelare in cui siamo immersi quotidianamente, tanto che molte pratiche illegittime finiscono per apparire naturali. Dopo aver ricordato che secondo l’Istat in Italia due persone su tre cercano lavoro attraverso le conoscenze, il professore ha spiegato che esistono atteggiamenti diffusi nel nostro paese attraverso cui si cercano di soddisfare illegittimamente bisogni primari come lavoro o salute: «Se conosco il primario gli chiederò di farmi salire nella lista di attesa, oppure cercherò raccomandazioni per un impiego, o truccherò i concorsi pubblici. Perfino per sistemare i figli all’asilo servono raccomandazioni». Il problema è che questi atteggiamenti finiscono sempre per danneggiare qualcun altro. Li definiamo favori, ma si tratta di violazioni delle leggi. Altrimenti si chiamerebbero diritti.
Proprio nel clientelismo Zagrebelsky individua la degenerazione della nostra vita pubblica, che avviene dietro lo schermo della democrazia: «Gli scandali da Tangentopoli in poi si spiegano attraverso la struttura dei giri di potere, dove chi sta in alto restituisce qualcosa a chi sta in basso in cambio di fedeltà. Ma sulla fedeltà può reggersi una relazione amorosa, non certo la democrazia, che deve invece avere come solida base la libertà».
L’unica via di uscita secondo il professore è osservare le regole, non nel senso del conformismo, ma della libertà dalla prepotenza del più forte. Zagrebelsky ha poi sottolineato il grande potere di rinnovamento che è in mano alle nuove generazioni e ha esortato gli studenti: «Dovete sottrarvi a questo sistema se non vi piace. Siate ciò che volete essere e non ciò che gli altri vogliono che voi siate. L’idea che qualunque cosa si faccia non serve a nulla è sbagliata. Sono le nuove generazioni quelle chiamate a cambiare le cose».
“Chissà a quale giro appartiene?” è un’espressione comune riferita a persone che hanno raggiunto posizioni importanti nonostante non lo meritino. Secondo Zagrebelsky tale modo di dire è spia di un diffuso meccanismo: «La nostra vita è avvolta in una rete di giri di potere. "Chi si trova in basso è disposto a dare fedeltà in cambio di potere. Il giro ti prende quando sei in basso e soddisfa i tuoi bisogni. Tanto più sei fedele, tanto più sali in alto. Altrimenti vieni eliminato, anche in modo violento". Ad essere sotto accusa è l’atteggiamento clientelare in cui siamo immersi quotidianamente, tanto che molte pratiche illegittime finiscono per apparire naturali. Dopo aver ricordato che secondo l’Istat in Italia due persone su tre cercano lavoro attraverso le conoscenze, il professore ha spiegato che esistono atteggiamenti diffusi nel nostro paese attraverso cui si cercano di soddisfare illegittimamente bisogni primari come lavoro o salute: «Se conosco il primario gli chiederò di farmi salire nella lista di attesa, oppure cercherò raccomandazioni per un impiego, o truccherò i concorsi pubblici. Perfino per sistemare i figli all’asilo servono raccomandazioni». Il problema è che questi atteggiamenti finiscono sempre per danneggiare qualcun altro. Li definiamo favori, ma si tratta di violazioni delle leggi. Altrimenti si chiamerebbero diritti.
Proprio nel clientelismo Zagrebelsky individua la degenerazione della nostra vita pubblica, che avviene dietro lo schermo della democrazia: «Gli scandali da Tangentopoli in poi si spiegano attraverso la struttura dei giri di potere, dove chi sta in alto restituisce qualcosa a chi sta in basso in cambio di fedeltà. Ma sulla fedeltà può reggersi una relazione amorosa, non certo la democrazia, che deve invece avere come solida base la libertà».
L’unica via di uscita secondo il professore è osservare le regole, non nel senso del conformismo, ma della libertà dalla prepotenza del più forte. Zagrebelsky ha poi sottolineato il grande potere di rinnovamento che è in mano alle nuove generazioni e ha esortato gli studenti: «Dovete sottrarvi a questo sistema se non vi piace. Siate ciò che volete essere e non ciò che gli altri vogliono che voi siate. L’idea che qualunque cosa si faccia non serve a nulla è sbagliata. Sono le nuove generazioni quelle chiamate a cambiare le cose».
Iscriviti a:
Post (Atom)

