MICORRIZA
Mi chiamo Beatrice, Bea per gli amici.
Capelli scuri, occhi marroni, altezza adeguata a una taglia quarantasei. Segni particolari: nessuno, anche se, a voler essere proprio precisi, una nota da segnalare ci sarebbe.
Sono sicura che una settima di reggiseno, coppa d per giunta, non sia un trascurabile dettaglio.
Piatta come una sogliola fino al termine della prima media, a settembre ero già per tutti Bea la zinnuta, improvvisamente piazzata, senza averlo né chiesto, né tanto meno desiderato, sotto i riflettori di un mondo morbosamente attratto dal sensazionale. E il prof. Russo, mio insegnante di scienze, con il suo sguardo viscido come bava di lumaca fu il primo a farmelo intuire.
"La micorriza è un rapporto di simbiosi che si instaura tra il fungo e la pianta", sbirciatina. "La micorriza consente a entrambi i vegetali di migliorare l'assorbimento di acqua e sali minerali", altra occhiata, stavolta più insistente.
Costretta a imparare presto l'arte della menzogna, volentieri evitavo gli interminabili centoventi minuti di educazione fisica inventando scuse sempre nuove. La mucca oggi ha mal di testa, spiacenti, spettacolo rinviato.
"Lasciali perdere bambina mia, la maggior parte della gente parla soltanto perché ha la lingua in bocca!" mi diceva mamma sfiorandomi con un bacio leggero.
Purtroppo però, la realtà quotidiana non era certo delicata come le sue labbra e, additandomi come fenomeno, la curiosità della gente avvelenava la mia adolescenza.
Oggi è un giorno speciale mamma e tu, orgogliosa nel tuo abito blu della domenica, dovresti essere qui, accanto a me, ma un tempo tiranno ti ha trascinata altrove quindi, in questo afoso mercoledì di luglio, la tua piccola Bea diventerà dottoressa senza di te, senza l'ospite d'onore.
Certo che sono una bella egoista, scusami. Altro che le lacrime di gioia, adesso quello che vorrei sono soltanto le tue braccia accoglienti tra cui sfinirmi in pianto per una festa finita ancor prima di iniziare.
Stamattina poche parole di una gentile infermiera hanno decretato il mio domani.
" Mi dispiace signorina, il tumore è maligno." Bocciata.
Dieci anni per imparare a convivere con queste due angurie e, ora che mi ci ero abituata, non ne resterà che una. Orfana, sola, e perciò, ancor più derisa.
La stanza è silenziosa. Emirieta, la mia compagna, attende un segnale. Il desiderio di evadere dal monotono biancore che impregna i muri è forte ma, ancora più potente, è il magone che imprigiona la voce in gola.
"Ciao, sono Bea". Mi presento e, in un istante, la finta voglia di solitudine dietro cui mi ero barricata fino a quell'istante scompare, travolta dalla violenza inaspettata del fiume di parole che, rotti gli argini, allaga la stanza.
"Che vuoi, cara ragazza, alla mia età andare all'altro mondo con o senza utero poco importa, quello che conta sono i sei meravigliosi figli che mi ha dato. Ma tu invece, tu, mio fiore, tra le braccia di qualche bel giovanotto devi stare. "
A parte il fatto che il bel giovanotto mi ha lasciata un mese fa, a parte il fatto che il solo pensiero di averlo accanto ora mi da la nausea, i miei pensieri adesso sono di ben altro tipo.
Il nemico, il male, ha oltrepassato il confine e, senza invito, è arrivato a rovinare la festa. Ospite indesiderato e ingordo, sta riempiendosi il ventre di cibo rubato e a me non resta che tentare la difesa.
Emirieta ascolta. Poi, infilate le ciabatte, con estrema lentezza viene verso di me e si accomoda sul bordo del letto.
"Visto che qui il tempo non manca, se ti va, ti racconterò una storia, ma soltanto se ti va. Non voglio mica passare per la solita anziana rompiscatole a cui dare ascolto per pietà!"
Perché no? Tanto, come dice la mia compagna, le ore in ospedale non sanno neppure lontanamente cosa sia il sistema sessagesimale.
"Dalla guerra del Kosovo una cosa avreste dovuto impararla voi occidentali, una almeno.
Non siete che poveri fantocci in mano a un burattinaio senza scrupoli. Giornali, televisione e quant'altro usiate per diffondere notizie, ognuno di quei dannati mezzi ha dimostrato al mondo di tenervi in suo potere, vi ha convinti, vi ha manipolati e voi alla fine avete detto sì. Sì, anche a una guerra di aggressione, anche alla violenza. Certo, i Kosovari andavano difesi, ma a che prezzo? Perché il vostro senso di giustizia così pronto, così sollecito, non si è mai chiesto che fine avrebbero fatto i serbi della regione? Davvero strana la vostra giustizia, con una mano accarezza e con l'altra pugnala.
Giusto, sbagliato. Sano, malato. Dove sta il confine? A chi spetta la decisione?
Ero in cortile dietro a una gallina che starnazzando mi stava manifestando il suo sacrosanto disappunto per essere stata la prescelta come pranzo quando i soldati del Serpente arrivarono.
Un calcio, un colpo secco e lo steccato, il servizio della festa, il tavolo su cui i miei figli vennero alla luce, ogni pezzetto della mia storia, della mia vita sparirono, cancellati per sempre dall'odio. E non sarebbe certo finita lì se da fuori il Serpente non avesse richiamato la sua banda per qualcosa di più urgente che togliersi una voglia con una donna già troppe volte madre.
Vedi ragazza mia, il male è entrato, ha sconvolto, devastato ma poi, così come è venuto, se n'è andato. E io sono ancora qui, monca, ma viva. Non dico che sia stato facile, non è mai semplice imparare a convivere con una ferita, soprattutto se la cicatrice è profonda, ma con il tempo si impara. Ora buonanotte, domani sarà il mio turno, quindi meglio che provi a riposare un po'."
D'estate però, si sa, la notte è più breve di un avaro amante e, in un attimo, allegri cinguettii annunciano l'arrivo dell'alba. Emirieta è già sveglia da un pezzo e, quando le infermiere arrivano per portarla via, voltandosi verso di me mi dice: " Beatrice, prega per me".
Verso le dieci, una ragazza dai lunghi capelli rossi, accennato un saluto con il capo, si accomoda sulla sedia accanto al letto di Emirieta. "Buongiorno, sono Soana, una figlia della signora che ora è sotto i ferri", mi dice sentendosi osservata. Che stupida che sono, non mi sono neppure resa conto di continuare a fissarla senza neppure presentarmi. "Piacere, sono Beatrice" ribatto veloce abbassando lo sguardo.
Poi, ognuna torna al suo silenzio di preghiera.
Il sole è già alto quando Emirieta, in balia di un dormiveglia che non è finzione ma neppure realtà, ricompare. E proprio qui in questo spazio senza difese, mani straniere la afferrano, la spingono a terra, si insinuano senza permesso. Emirieta inizia a dimenarsi, piange, scuote il capo.
"Tranquilla madre mia, sono qui accanto a te, non temere, non ti succederà niente di brutto, mai più. Te lo prometto", sussurra Soana tenendole la mano.
Ma che ci faccio qui, che centro io con le lacrime di queste persone? Che diritto ho di profanare l'intimità del loro amore, dei loro segreti? Ma il pianto mi insegue e raggiungendomi anche sotto il lenzuolo, mia unica via di fuga, mi strazia il cuore. "Tutto bene Soana?" chiedo allora con un filo di voce.
"Scusa, ma proprio non sopporto di vederla soffrire, basta, il suo prezzo l'ha già pagato e pure con gli interessi".
Buffo, a volte non basta tutta una vita per entrare in simbiosi con chi ci sta accanto e altre volte, invece, in un istante avviene il miracolo: Soana e Bea, una pianta e un fungo che attendevano soltanto l'occasione per creare una connessione, una micorriza.
L'operazione è andata, ora non resta che attendere. Chissà se il nemico sarà di nuovo retrocesso dietro la linea gialla che delimita il confine della nostra privacy.
Il cartello è chiaro: "attendere qui il proprio turno, non varcare la riga, per favore." Però non tutti rispettano le regole, non tutti.
A passi incerti vago tra le macchine del piazzale antistante l'ospedale alla ricerca del famigliare tetto rosso della mia scassata Panda. L'aria è fresca, il temporale di questa notte ha vinto la cappa di afa che spadroneggiava da giorni, però io sto sudando, confusa, svuotata.
Poi, tra le auto in sosta, la vedo. È lei, è Soana, e sta venendo con passo deciso proprio verso di me. Un bacio sulla guancia e, afferrato con forza il mio braccio mi invita a indicarle l'auto.