un nuovo racconto che ho presentato a questo concorso
Esse o enne?
Occhi ballerini.
Sguardo che involontariamente si muove a piccoli scatti, proprio come quelli di
un vecchio orologio scarico. Le lancette ci provano, vorrebbero avanzare, ma
tornano sempre al punto di partenza.
La sclerosi multipla
prima di tutto la leggi lì, negli occhi di chi ti sta di fronte.
E quei due
meravigliosi pezzetti di cielo non facevano eccezione. Difficile indovinare
dove avrebbero rivolto la loro falsa attenzione nell’attimo successivo. Destra
o sinistra?
Con l’imprevedibilità
e la rapidità di un bimbo che rincorre la sua ombra, lo sguardo di Laura virava dall’ uno all’altro lato della piccola
stanza con tale impazienza che al povero spettatore non restava che affidarsi
al caso.
La signora Agnese, la
mamma di Laura, era una vera maga nell’anticipare i desideri della figlia. E
poi, nessuno meglio di lei sapeva interpretare quegli strani suoni fatti di
vocali trascinate all’infinito e consonanti che si inceppavano in gola. Ma alla
fine del 1996, anche la signora Agnese non poté che arrendersi all’evidenza. Tra tutti quei
gorgheggi non ci capiva più nulla neppure lei.
Il suo ingegno di
madre però non si diede mica per vinto.
In una mattinata la
signora confezionò un magnifico cartellone con tutte le lettere dell’alfabeto
scritte sopra. Lettere grandissime e colorate. La A, rossa. La B, verde. La C,
viola. Certo Agnese, nel tralasciare volutamente la X, la Y e pure la J, mai
più avrebbe immaginato che da lì a poco nella loro casa sarei arrivata io, che
di nome faccio Fadhjla. Ma di tale mancanza non è che me ne sia mai preoccupata
tanto, Laura ed io ci capivamo lo stesso.
Avreste dovuto vedere
la sua fronte lucida per lo sforzo mentre tentava di comunicare con il mondo.
Non crediate che per Laura fosse impresa facile posare la sua attenzione ora su
una erre, ora su una effe. Il pomeriggio in cui tentò di raccontarmi di un suo
compagno di scuola, un certo Michele, ci
mise più di un’ora a dire con gli occhi ciò che la sua lingua ormai muta
avrebbe potuto pronunciare in meno di cinque minuti. E alla fine, non so
davvero chi delle due fosse più esausta. Fortunatamente per noi però, quel
giorno la signora Agnese era occupata in faccende domestiche e non ci
interruppe che per un paio di minuti altrimenti, conoscendola, saremmo ancora
alla elle di Michele.
La sclerosi multipla è
un male paziente. Rosicchia e distrugge con tattica precisione, fino a rendere
ogni movimento sempre più lento e faticoso. Fu così che, anche quel banale
spostamento del capo divenne
impossibile e, per il tabellone dell’alfabeto, arrivò il momento della
pensione. Troppo complicato e dispersivo
per le nuove potenzialità di Laura, il cartello fu rimpiazzato da un foglio
bianco contenente due soli caratteri, la esse e la enne. Sì o no.
Tutto qui, due sole
paroline, corte, ma capaci di rivelare inequivocabilmente come la si pensi.
- Proprio come ci ha
insegnato nostro Signore. Ogni parola in più è figlia del diavolo. – mi disse
la signora Agnese mentre lo preparava.
Mi trovai d’accordo
con lei. Ma non potei fare a meno di pensare che, il vero problema, da quel
giorno, sarebbe diventato non tanto capire la risposta di Laura, quanto riuscire a farle le domande
giuste. Inutile chiederle se voleva un poco d’acqua se quello di cui Laura aveva
davvero bisogno in quell’istante era di una carezza. Difficile trasformare il
suo rifiuto da un mancato bicchiere a un lieve tocco sulla fronte.
Io però, non per
vantarmi, ma ho imparato nel tempo a cogliere anche quegli impercettibili
segnali che, soli, restano ad aiutare chi non ha più diritto di parola. Sono molto brava in questo, anni e anni di
esperienza forzata alle spalle, appresa con dolore nelle strade del mio paese,
la Libia.
Meglio tacere, meglio
tenersi per sé tutta la rabbia che cresce dentro piuttosto che rischiare il
carcere e tutto il resto. E allora si impara a comunicare la propria tristezza
senza parole, così, a testa bassa, tra le bancarelle di un mercato sempre più
sbiadito. Si impara a rendersi invisibili agli occhi dei soldati del Rais, alla
loro cattiveria. Alle loro armi.
Ma torniamo a Laura.
Un sospiro spazientito e protratto, ad esempio, mi faceva capire che il vero
desiderio di Laura era quello di restare un po’ da sola. In poche parole, si fa
per dire, la mia amica mi stava dicendo di levarle un po’ di torno quella mamma
tanto amata ma pure un tantino ossessiva
nelle sue premurose cure. Allora, con cautela e diplomazia, tutta quella che ci
voleva sempre prima di rivolgersi alla signora Agnese, le suggerivo di fare due
passi fino in fondo alla via. Tanto, per la cena mancava giusto un po’ di
pane.
– Grazie Fhadjla - ecco ciò che mi piace
pensare significasse l’ impercettibile smorfia
di quelle due labbra ormai quasi
del tutto immobili. Poi, Laura chiudeva gli occhi e restava sola con il suo
calvario. Io, intanto, sulla sedia accanto al letto ricamavo un corredo
fantasma per i figli che non avevo avuto né avrei più potuto avere. A
sessant’anni è tardi per certe cose e prima, in Libia, mai e poi mai avrei
messo al mondo un'altra marionetta per il regime.
In un primo tempo la
signora Agnese si allontanava da casa regolarmente, una volta alla settimana.
L’appuntamento del mercoledì pomeriggio era uno dei pochi vizi, se non l’unico,
che la signora si concedeva. E quando rientrava
verso le sei di sera con il passo
rilassato, pareva quasi un’altra persona. Quasi che il peso che le schiacciava
costantemente il petto si fosse fatto un poco più leggero. Ma dopo la morte del
marito, manco più quel piccolo lusso.
Sempre più curva e
stanca, la signora Agnese passava le sue giornate trascinandosi dalla cucina
alla stanza di Laura. Intanto, invecchiava più velocemente del tempo, logora come le immancabili pattine di panno
scuro sotto ai suoi piedi.
La casa respirava
seguendo il ritmo del respiro di Laura. Interminabili silenzi se Laura
riposava, veglie affannose se non trovava pace, e questo, ahimè, succedeva
sempre più spesso ultimamente.
Non so davvero se sia
meglio nascere ciechi o diventarlo dopo aver assaporato la bellezza dei colori.
Sta di fatto che perdere un diritto che si credeva ormai acquisito fa soffrire.
E soprattutto fa rimpiangere le cose belle andate via per sempre.
Nostalgia. Questo
credo fosse il sentimento che più occupava l’animo di Laura.
Fino a ventidue anni
sei una bella ragazza piena di progetti, poi, all’improvviso, una lunga serie
di piccoli malesseri fisici ad annoiare la tua voglia di assaporare la vita.
Disturbi quasi insignificanti, certo, ma comunque fastidiosamente presenti.
Formicolii agli arti, insolito affaticamento, muscoli indolenziti. Persino un
orecchio che non fa più bene il suo lavoro. A seguire, analisi, visite
specialistiche, incredulità. Rabbia.
Ecco fatto. La tua
vita non sarà mai più quella di un anno fa, di un mese fa. E ora, a te non
resta che imparare a convivere con la tua personalissima croce nel migliore dei
modi.
Più facile a dirsi che
a farsi.
Dal brutto al bello ci
si adatta presto, ma magari fosse così semplice fare il contrario.
Per quanto mi riguarda
però, anche se qui in Italia ho certamente trovato il bello, niente potrebbe
essere più brutto che vivere senza libertà, mi sono accorta di quanto sia
complicato imparare a muoversi in terra straniera.
Tu, proprio tu, che
fino a ieri valevi meno che un taglio di stoffa bucata al mercato, all’
improvviso sei un essere umano, una a cui le persone dicono buongiorno e
buonasera. Sei una che ha trovato persino un lavoro. Un letto e un pasto caldo.
Nessuno che ti dica
cosa devi pensare e soprattutto, cosa non devi pensare. Nessun colonello
maledetto. Questo, lo riconosco, è stato davvero un miracolo a cui non avrei osato neppure avvicinarmi in sogno
mentre me ne stavo stipata e immobile sul fondo del barcone.
Eppure anche qui
qualcosa non va, anche qui in Italia c’è quel maledetto scarafaggio nero che
infesta, danneggia, distrugge. E Laura è stata una delle sue vittime preferite.
Fino alla fine.
Nessuno sconto.
Il giorno che Laura se
ne andò era un tranquillo vespro di fine settembre. Erano le sette e il cielo
stava scurendo di mala voglia. A nessuno, sapete, piace andarsene, anche se
dietro di sé lascia solo un letto e un lenzuolo candido.
La paura è figlia
della vita.
Come ogni sera mi
alzai per aprire le tende, le ultime luci di quel mesto sabato avrebbero
vegliato con me al capezzale di Laura. Laura amava condividere l’intimo
incontro tra il giorno e la notte.
Fu un soffio. L’ultima
boccata d’aria, la malattia aveva sottratto a Laura anche il diritto di
respiro.
Quando mi voltai, Laura
non c’era più.
La signora Agnese
apparve sulla soglia in quel preciso istante, ma non entrò nella stanza come
suo solito. Restò ferma, immobile, curva.
Incapace di rispondere all’ultimo muto richiamo di quella sua sfortunata
figlia.
Poi, soltanto il silenzio
e un cartello ormai inutile.
E ora ragazza mia,
dimmi, ora sei felice?
Esse o enne?