venerdì 23 settembre 2011

concorso Diritto di parola

http://www.amnesty.it/concorso-letterario-diritto-di-parola

un nuovo racconto che ho presentato a questo concorso


Esse o enne?

Occhi ballerini. Sguardo che involontariamente si muove a piccoli scatti, proprio come quelli di un vecchio orologio scarico. Le lancette ci provano, vorrebbero avanzare, ma tornano sempre al punto di partenza.
La sclerosi multipla prima di tutto la leggi lì, negli occhi di chi ti sta di fronte. 
E quei due meravigliosi pezzetti di cielo non facevano eccezione. Difficile indovinare dove avrebbero rivolto la loro falsa attenzione nell’attimo successivo. Destra o sinistra?
Con l’imprevedibilità e la rapidità di un bimbo che rincorre la sua ombra, lo sguardo di Laura  virava dall’ uno all’altro lato della piccola stanza con tale impazienza che al povero spettatore non restava che affidarsi al caso.
La signora Agnese, la mamma di Laura, era una vera maga nell’anticipare i desideri della figlia. E poi, nessuno meglio di lei sapeva interpretare quegli strani suoni fatti di vocali trascinate all’infinito e consonanti che si inceppavano in gola. Ma alla fine del 1996, anche la signora Agnese non poté che  arrendersi all’evidenza. Tra tutti quei gorgheggi non ci capiva più nulla neppure lei.
Il suo ingegno di madre però non si diede mica per vinto.
In una mattinata la signora confezionò un magnifico cartellone con tutte le lettere dell’alfabeto scritte sopra. Lettere grandissime e colorate. La A, rossa. La B, verde. La C, viola. Certo Agnese, nel tralasciare volutamente la X, la Y e pure la J, mai più avrebbe immaginato che da lì a poco nella loro casa sarei arrivata io, che di nome faccio Fadhjla. Ma di tale mancanza non è che me ne sia mai preoccupata tanto, Laura ed io ci capivamo lo stesso.
Avreste dovuto vedere la sua fronte lucida per lo sforzo mentre tentava di comunicare con il mondo. Non crediate che per Laura fosse impresa facile posare la sua attenzione ora su una erre, ora su una effe. Il pomeriggio in cui tentò di raccontarmi di un suo compagno di scuola, un certo Michele, ci  mise più di un’ora a dire con gli occhi ciò che la sua lingua ormai muta avrebbe potuto pronunciare in meno di cinque minuti. E alla fine, non so davvero chi delle due fosse più esausta. Fortunatamente per noi però, quel giorno la signora Agnese era occupata in faccende domestiche e non ci interruppe che per un paio di minuti altrimenti, conoscendola, saremmo ancora alla elle di Michele.
La sclerosi multipla è un male paziente. Rosicchia e distrugge con tattica precisione, fino a rendere ogni movimento sempre più lento e faticoso. Fu così che, anche quel banale spostamento del capo  divenne impossibile e, per il tabellone dell’alfabeto, arrivò il momento della pensione.  Troppo complicato e dispersivo per le nuove potenzialità di Laura, il cartello fu rimpiazzato da un foglio bianco contenente due soli caratteri, la esse e la enne. Sì o no.
Tutto qui, due sole paroline, corte, ma capaci di rivelare inequivocabilmente come la si pensi.
- Proprio come ci ha insegnato nostro Signore. Ogni parola in più è figlia del diavolo. – mi disse la signora Agnese mentre lo preparava.
Mi trovai d’accordo con lei. Ma non potei fare a meno di pensare che, il vero problema, da quel giorno, sarebbe diventato non tanto capire la risposta di  Laura, quanto riuscire a farle le domande giuste. Inutile chiederle se voleva un poco d’acqua se quello di cui Laura aveva davvero bisogno in quell’istante era di una carezza. Difficile trasformare il suo rifiuto da un mancato bicchiere a un lieve tocco sulla fronte.
Io però, non per vantarmi, ma ho imparato nel tempo a cogliere anche quegli impercettibili segnali che, soli, restano ad aiutare chi non ha più diritto di parola.  Sono molto brava in questo, anni e anni di esperienza forzata alle spalle, appresa con dolore nelle strade del mio paese, la Libia.
Meglio tacere, meglio tenersi per sé tutta la rabbia che cresce dentro piuttosto che rischiare il carcere e tutto il resto. E allora si impara a comunicare la propria tristezza senza parole, così, a testa bassa, tra le bancarelle di un mercato sempre più sbiadito. Si impara a rendersi invisibili agli occhi dei soldati del Rais, alla loro cattiveria. Alle loro armi.    
Ma torniamo a Laura. Un sospiro spazientito e protratto, ad esempio, mi faceva capire che il vero desiderio di Laura era quello di restare un po’ da sola. In poche parole, si fa per dire, la mia amica mi stava dicendo di levarle un po’ di torno quella mamma tanto amata ma pure un tantino  ossessiva nelle sue premurose cure. Allora, con cautela e diplomazia, tutta quella che ci voleva sempre prima di rivolgersi alla signora Agnese, le suggerivo di fare due passi fino in fondo alla via. Tanto, per la cena mancava giusto un po’ di pane. 
–  Grazie Fhadjla - ecco ciò che mi piace pensare significasse l’ impercettibile smorfia  di quelle due labbra  ormai quasi del tutto immobili. Poi, Laura chiudeva gli occhi e restava sola con il suo calvario. Io, intanto, sulla sedia accanto al letto ricamavo un corredo fantasma per i figli che non avevo avuto né avrei più potuto avere. A sessant’anni è tardi per certe cose e prima, in Libia, mai e poi mai avrei messo al mondo un'altra marionetta per il regime. 
In un primo tempo la signora Agnese si allontanava da casa regolarmente, una volta alla settimana. L’appuntamento del mercoledì pomeriggio era uno dei pochi vizi, se non l’unico, che la signora si concedeva. E quando rientrava  verso le sei di sera  con il passo rilassato, pareva quasi un’altra persona. Quasi che il peso che le schiacciava costantemente il petto si fosse fatto un poco più leggero. Ma dopo la morte del marito, manco più quel piccolo lusso.
Sempre più curva e stanca, la signora Agnese passava le sue giornate trascinandosi dalla cucina alla stanza di Laura. Intanto, invecchiava più velocemente del tempo,  logora come le immancabili pattine di panno scuro sotto ai suoi piedi.
La casa respirava seguendo il ritmo del respiro di Laura. Interminabili silenzi se Laura riposava, veglie affannose se non trovava pace, e questo, ahimè, succedeva sempre più spesso ultimamente.      
Non so davvero se sia meglio nascere ciechi o diventarlo dopo aver assaporato la bellezza dei colori. Sta di fatto che perdere un diritto che si credeva ormai acquisito fa soffrire. E soprattutto fa rimpiangere le cose belle andate via per sempre. 
Nostalgia. Questo credo fosse il sentimento che più occupava l’animo di Laura.
Fino a ventidue anni sei una bella ragazza piena di progetti, poi, all’improvviso, una lunga serie di piccoli malesseri fisici ad annoiare la tua voglia di assaporare la vita. Disturbi quasi insignificanti, certo, ma comunque fastidiosamente presenti. Formicolii agli arti, insolito affaticamento, muscoli indolenziti. Persino un orecchio che non fa più bene il suo lavoro. A seguire, analisi, visite specialistiche, incredulità. Rabbia.
Ecco fatto. La tua vita non sarà mai più quella di un anno fa, di un mese fa. E ora, a te non resta che imparare a convivere con la tua personalissima croce nel migliore dei modi.
Più facile a dirsi che a farsi.
Dal brutto al bello ci si adatta presto, ma magari fosse così semplice fare il contrario.
Per quanto mi riguarda però, anche se qui in Italia ho certamente trovato il bello, niente potrebbe essere più brutto che vivere senza libertà, mi sono accorta di quanto sia complicato imparare a muoversi in terra straniera.
Tu, proprio tu, che fino a ieri valevi meno che un taglio di stoffa bucata al mercato, all’ improvviso sei un essere umano, una a cui le persone dicono buongiorno e buonasera. Sei una che ha trovato persino un lavoro. Un letto e un pasto caldo.
Nessuno che ti dica cosa devi pensare e soprattutto, cosa non devi pensare. Nessun colonello maledetto. Questo, lo riconosco, è stato davvero un miracolo a cui  non avrei osato neppure avvicinarmi in sogno mentre me ne stavo stipata e immobile sul fondo del barcone. 
Eppure anche qui qualcosa non va, anche qui in Italia c’è quel maledetto scarafaggio nero che infesta, danneggia, distrugge. E Laura è stata una delle sue vittime preferite.
Fino alla fine. Nessuno sconto.
Il giorno che Laura se ne andò era un tranquillo vespro di fine settembre. Erano le sette e il cielo stava scurendo di mala voglia. A nessuno, sapete, piace andarsene, anche se dietro di sé lascia solo un letto e un lenzuolo candido. 
La paura è figlia della vita.
Come ogni sera mi alzai per aprire le tende, le ultime luci di quel mesto sabato avrebbero vegliato con me al capezzale di Laura. Laura amava condividere l’intimo incontro tra il giorno e la notte.
Fu un soffio. L’ultima boccata d’aria, la malattia aveva sottratto a Laura anche il diritto di respiro.
Quando mi voltai, Laura non c’era più.
La signora Agnese apparve sulla soglia in quel preciso istante, ma non entrò nella stanza come suo solito. Restò ferma, immobile, curva.  Incapace di rispondere all’ultimo muto richiamo di quella sua sfortunata figlia.
Poi, soltanto il silenzio e un cartello ormai inutile.

E ora ragazza mia, dimmi, ora sei felice?
Esse o enne?