Scrivere è un po' come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso. ***Andrea De Carlo, Due di due, 1989***
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giovedì 29 novembre 2012
Se dico fiume
Deriva, spostamento laterale di un corpo galleggiante per effetto della corrente.
E io, un corpo lo sono, quindi, se in acqua il mio destino è quello di vagare senza meta, è pur altrettanto vero che sulla terraferma dovrei trovare riposo.
Dovrei.
Oh, caro Don Luigi, stamattina si è dimenticato di darci la benedizione!
Allora non sono l’unica in paese che con il passare delle primavere va rincitrullendo. Magra consolazione però. Io, al detto mal comune mezzo gaudio non ci ho mai creduto. E poi, Padre, è già un vero miracolo se del mancato lieto fine ce ne saremo accorte in tre. La Nina? No Don Luigi, quella no, la Nina non alzerebbe la testa dai grani del suo inseparabile rosario neppure se a dir messa venisse il Santo Papa in persona.
- Ave Maria piena di grazia..
- Nel nome del Padre…
- Benedetta tra le donne…
- Scambiatevi un segno di..
- Il frutto del seno tuo…
- La messa è finita…
- E nell’ora della nostra morte. Amen
- Amen.
Pazienza, vorrà dire che per oggi me ne tornerò a casa senza andare in pace. Tanto, è da tempo che non ho più né la pace, né molte altre belle cose della vita.
Nonna Ida diceva saggie parole.
- Chi se ne va per primo tra due vecchi coniugi è il più fortunato.
Questo andava ripetendo da quando il marito era partito per il suo viaggio senza ritorno.
Accidenti se aveva ragione, l’ho constatato sulla mia pelle.
Mi manchi così tanto Pietro che sono arrivata a benedire questa nebbia che, giorno dopo giorno, avvolge sempre più tutti i nostri meravigliosi anni insieme. Bianca ovatta che confonde, frammenti di un lontano passato che si perdono e tu, una stanza chiusa di cui ho perso la chiave.
Non mi resta che la mia panchina adesso. Quattro sgangherate assi per chi, come me, non ha più nessuno che lo aspetti per il pranzo. Niente più fretta.
Ma davvero mi piace tutta questa calma incolore, tutta questa assenza di urgenza?
Quando sono seduta qui a godermi un timido raggio di sole, sì, mi piace. Però a casa, a casa è un’altra storia. Soprattutto la sera.
Vorrei che non venisse mai la notte, vorrei che per una volta il buio si dimenticasse di me e che queste lunghe ombre andassero altrove a mettere in scena il loro triste spettacolo. Ballerine senza sorriso, così le ho soprannominate, danzatrici monotone che si ostinano a ripetere scene di un mondo che non è più.
Tu, Pietro, non sei più.
Tumore alle vie urinarie, così sentenziarono i dottori poco prima che morissi. Altro che semplice bisogno di un po’ di riposo. Ma i medici dell’A.C.N.A erano pagati molto bene per minimizzare, per nascondere la verità fin tanto che la menzogna fosse stata credibile.
E intanto voi valligiani lavoravate per morire.
- Se devo andare, andrò, e se devo restare, questo è il mio posto, accanto a te Agnese. –
Così replicavi con fermezza ai miei rimproveri quotidiani. Di un ricovero all’ospedale, Pietro, tu non ne hai mai voluto sapere.
La fabbrica è sempre stata la vera e unica protagonista della scena. In val Bormida non si parlava che di lei. Nel bene, ma specialmente nel male.
Eppure alle sue lusinghe ci abbiamo creduto in tanti. Lavoro a volontà per tutti, anche per quelli più giovani e scapestrati come te. Poi, con il passare degli anni, la sfacciatezza della realtà infranse ogni nostra illusione.
Si fa fatica a credere al miracolo quando davanti agli occhi non resta che l’agonia di un paese e del suo fiume.
Entrasti in fabbrica a sedici anni, nel 1935.
In quel periodo l’A.C.N.A. stava assumendo molte persone. l’Italia aveva bisogno di esplosivi per conquistare il suo posto al sole e la Val Bormida non avrebbe certo deluso le aspettative del suo Duce.
Tritolo, Mussolini qui ne avrebbe trovato tutto quello che desiderava.
Per le strade di Cengio come nel resto dello Stivale non si parlava d’altro: i bacati frutti della martellante propaganda fascista erano ormai maturi. Improvvisamente sembrava che ci fossimo dimenticati di tutto, delle squadracce fasciste, del delitto Matteotti, della marcia su Roma.
Che importava se l’aria di Cengio aveva odore d’ inferno. Che importava se nel fiume non c’erano più pesci.
Soltanto la realizzazione del delirio colonialista del Duce, solo quella era importante.
Pazzi, eravamo davvero usciti di senno. Come giustificare altrimenti il nostro folle comportamento.
Quel dirigente, quel tal Belloni, lui era un membro del Gran Consiglio del Fascismo e aveva tutto l’interesse ad ingannare i suoi compaesani. Ma noi, noi che mai avremmo potuto guadagnarci a lasciare che ci avvelenassero per pochi soldi.
Sono cresciuta per mano alla fabbrica.
Ogni maschio della mia famiglia lavorava all’A.C.N.A. e per me, sentirne parlare quotidianamente tra un piatto di polenta e due castagne bollite, era la normalità. Prima vi entrò mio padre, messo a sfornare esplosivi durante la guerra. Poi fu il turno di mio fratello, addetto alla produzione di acido cloro fosforico, il veleno di stato. E in ultimo anche tu, Pietro, l’unica cosa buona che mi diede l’A.C.N.A.
Purtroppo, però, ancora non sapevo quale caro prezzo avrei dovuto pagarle in cambio di quegli anni felici.
A volte la tua assenza è così feroce Pietro che l’unica via d’uscita è ignorarla. Ma se la nostalgia si fa insopportabile e l’oblio non viene in mio aiuto, allora mi affaccio alla finestra e mi metto in ascolto.
La voce del mio fiume. Le voci dei miei cari.
Suoni talmente lievi da non essere più neppure lamenti.
Se dico fiume, la prima immagine che dovrebbe venirmi alla mente è quella di un corso d’acqua fresca che corre allegro verso il mare. E invece, se dico fiume è al Bormida che penso, ai suoi colori ogni giorno diversi a seconda del veleno che vi veniva rigurgitato dentro.
Penso a questa povera vittima innocente, alle sue rive spelacchiate dove, tra rovi e rami secchi, ci conoscemmo un lunedì di Pasquetta di tanti anni fa.
Quel mattino l’aria era tiepida. Il sole non c’era, ma la sua calda presenza si poteva facilmente intuire dai raggi di luce che filtravano attraverso una leggera tendina di nubi.
Stavo passeggiando con la mia famiglia in cerca di primavera quando ti vidi. Eri il più alto tra i tuoi amici, una massa di ricci scuri che correva sudata dietro ad un pallone mezzo sgonfio.
- Ehi, bellissima ragazza, mi passeresti la palla? -
Altro che! pensai arrossendo. I tuoi occhi neri e brillanti come catrame appena gettato mi fissarono con fare sicuro e deciso. Ma ad un secondo sguardo, più attento e soprattutto molto meno impreparato, non mi sfuggì la profonda sensibilità che li animava.
Ci rivedemmo la domenica successiva fuori dalla chiesa.
- Agnese, è così che ti chiami allora! E quand’è che ti deciderai a darmi un bacio stella mia? – Me lo urlasti dalla parte opposta della piazza e la tua sfacciataggine, per la seconda volta nella stessa settimana, mi fece colorare le guance.
Mamma scosse il capo e, abbassato un poco il mento, si affrettò a tirarmi per un braccio. Papà, invece, fu molto più esplicito e emesso un grugnito indecifrabile, mi diede un rumoroso scappellotto sulla testa.
Ma tu mi piacevi Pietro e da quel giorno incontrarti fingendo il caso diventò la mia specialità.
- Prima il dovere Agnese - così mi ripetevano i miei genitori. C’erano i fratellini da far crescere, la campagna e le bestie da accudire e poi, chissà quando, poi sarebbe venuto anche il turno del mio piacere. E io ci provai davvero a dare retta ai loro saggi consigli.
Resistetti per quaranta lunghi giorni, la quaresima più lunga della mia vita. Ma a fine maggio….
Era maggio o giugno Pietro? Accidenti a me. Ecco una delle tante briciole di passato irrimediabilmente perse tra il fango del Bormida.
Il giorno del nostro matrimonio, però, Pietro, quello sì che me lo ricordo bene. Sette ottobre 1939. L’anno della tragedia, come dimenticarlo.
L’arrivo dell’autunno fu segnato da una tremenda esplosione che devastò l’intero reparto di pentrite causando la morte di cinque operai. Cinque le vittime e neppure un colpevole e noi, per rispetto di quei morti senza giustizia, decidemmo di non fare alcuna festa dopo la cerimonia. Un buon pranzo con le nostre famiglie in casa di nonna bastò per celebrare una gioia nata mutilata.
Fu un autunno lungo, interminabile, seguito da un inverno gelido. Iniziò a nevicare a fine novembre e in breve, il freddo si fece così intenso che la legna non bastava mai.
La galaverna regnava ovunque, nessuno sfuggì alla sua morsa. I rami degli alberi e i fili d’erba secca giacevamo imprigionati senza scampo e, a poco a poco, anche i miei sogni fecero la stessa fine.
Non rimasi incinta, né in quel Natale né nei mesi a venire, e per non perdermi tra le lacrime le tentai davvero tutte. Io volevo davvero farti felice, ma tutti i miei sforzi furono inutili. Seguivo fedelmente le orme lasciate dai tuoi calzari, posavo il piede sovrapponendolo con precisione alla tua impronta, ma intanto, sprofondavo. L’ ingenuo stratagemma purtroppo non bastò ad ingannare la mente.
- È soltanto un po’ di tristezza - disse il nostro medico raccomandandoti di starmi vicino.
Però il tempo passava e, tra notti insonni e giorni di silenzio, della bella stagione non s’intravedevano neppure ancora le gemme.
Poi un mattino successe una cosa strana, inaspettata. La speranza improvvisamente evaporò e il mio cuore finalmente libero di amarti riprese a battere per te.
Non ho mai capito se tu Pietro fossi davvero sincero quando ti dicevi sollevato dall’idea di non diventare padre. No, non volevi nessun figlio. Non in un mondo così meschino e cattivo. Non in quegli anni di follia.
Ma quando il ventotto aprile 1945 arrivò il giorno della resa dei conti e Mussolini fece la fine che meritava, sono sicura che anche tu sentisti il vuoto che regnava nella stanza accanto alla nostra.
Sembra assurdo. L’Italia aveva vinto la sua battaglia contro il fascismo e qui, invece, noi non facevamo altro che assistere impotenti all’agonia della nostra valle.
A dire il vero, negli anni non mancarono diversi tentativi di ribellione messi in atto da contadini coraggiosi. Vidi uomini che a mani nude provarono seriamente ad opporsi al gigante, ma i loro sforzi risultarono vani, inutili come quelli di uno scoiattolo contro un carro armato.
E quando la guerra finì, come spesso accade, qualche anima semplice si lasciò illudere di nuovo.
La produzione di esplosivo d’ora in poi sarebbe cessata, sostituita dalla creazione di coloranti chimici.
Tutto si sarebbe risolto. Così dicevano con fermezza quelli ai vertici della fabbrica, e così ripetevano i loro fedeli servitori.
Invece l’avvelenamento continuava silenzioso e strisciante come un serpente e intanto, la notte, la fabbrica seppelliva nelle nostre terre i rifiuti tossici della sua patetica ipocrisia.
***
La prima volta che ti accorgesti che qualcosa non andava nel tuo corpo fu per via di quella pisciata. Troppo colorata. Un liquido così rosso che di paglierino non aveva più neppure una lontana parvenza.
Ma tu non volevi che fosse e tirato velocemente lo sciacquone, ti affrettasti a chiudere la porta del bagno dietro di te. Quella maledetta paura così come era arrivata adesso doveva sparire, doveva tornarsene nelle fogne. A questo pensavi mentre mi dicevi che non c’era di che preoccuparsi.
- Stai tranquilla anima mia, non è nulla Agnese. -
Me lo dicesti però con un tono di voce un po’ troppo rassicurante.
Quanta urgenza nelle tue parole.
Avevi già capito.
Percolato, questo era il nome del nemico che ci stava assediando tutti quanti. Cancro, invece, era il nome del tuo personalissimo avversario.
In valle, in realtà, sapevamo da tempo che bere l’acqua che arrivava nelle nostre case era come dissetarsi ad una fontana di veleni. Ma che potevamo fare. Non avevamo alternativa.
Intrappolati come i pesci del Bormida non ci restava che aprire il rubinetto e farci il segno della croce.
I casi di tumore alle vie urinarie erano ormai all’ordine del giorno e le rare famiglie che ancora non avevano un morto ammazzato dall’ A.C.N.A. potevano ritenersi davvero fortunate.
L’agonia della fabbrica fu lenta, interminabile come le sofferenze che rosicchiavano la tua forza vitale. Non basta un dolore, caro Pietro, né per venire al mondo, né per morire.
Montecatini, Montedison, Enimont, EniChem. Il padrone negli anni cambiava nome ma i loschi affari dell’A.C.N.A. restavano sempre gli stessi.
Facesti in tempo a vedere qualche patetica soluzione di facciata con cui tentarono ancora di prenderci in giro e poi, mi salutasti con un cenno stanco dei tuoi splendidi occhi neri.
Avevamo davvero sperato di poter festeggiare insieme il giorno in cui quel maledetto cancello si sarebbe chiuso per l’ultima volta. E invece, oggi, di quel sogno non mi resta che una nuova nuvola ad allungare l’interminabile lista delle nostre occasioni perdute.
Dopo centodiciassette anni, Pietro, l’ A.C.N.A. chiude, ma adesso è troppo tardi amore mio.
Il danno ormai è stato fatto e ora non c’è più tempo, tempo per noi, tempo per il Bormida, per la sua valle.
Però, se lì dove sei tu adesso è davvero il Paradiso di cui va parlando Don Bruno nelle sue prediche, è pur vero che anche qui, in terra, un po’ di giustizia non guasta.
E se oggi tu fossi qui con me, Pietro, so esattamente cosa mi diresti.
- Satana sarà pur un principe, anima mia, ma non sarà mai un re! -
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