martedì 24 maggio 2011

Racconto per concorso 2011 a Velletri (ROMA)

Ciminiere di zucchero



Segno, 23 dicembre 2010

Ciao Marco.

Anni, mesi, giorni passati a cercare con infinita pazienza in ogni angolo di cielo una buona ragione che valesse il mio perdono. Ma ogni volta, la stessa storia. Quando ce l’avevo a portata di cuore, non sapevo che farmene di quel bel motivo. E come sempre, lo lasciavo scivolare a terra insieme al ricordo avvizzito di un noi che non è più.     
Questo, fino a ieri.
Tra due giorni sarà Natale Marco, e quella sedia vuota accanto a un tavolo agghindato da candele e stelle, starà ancora lì di fronte a me. Spietata, a rammentarmi la tua assenza. Di natali ne sono passati tanti dal mattino in cui sei partito  per la capitale, ma il malessere che ho dentro, purtroppo, è ancora giovane.
Roma, il tuo sogno, non il mio. Roma che, in queste frenetiche settimane di corsa ai regali, si sarà fatta splendida come una donna al suo primo appuntamento. Qui invece, in questa sonnolenta periferia di Liguria, in inverno nulla è lucente. E tu Marco ti sentivi a disagio al paese. Ti sentivi intrappolato in un luogo dove tutto ruota intorno all’estate che verrà. Nessuna possibilità per te di soddisfare le tue ambizioni.  
Però, se è vero che nei giorni più freddi e umidi Segno non è altro che uno scolorito groviglio di vicoli, è anche verità che, nei giorni di sole, il paese sa trasformarsi in un meraviglioso arcobaleno di ulivi e limoni.
Lo sai bene anche tu Marco, anche se non perdevi occasione per fingere di non accorgertene.
Non sei mai riuscito ad amare veramente qualcuno, figuriamoci un luogo.
Al profumo della mimosa hai sempre preferito la vertigine del traffico. Al canto dei gabbiani, la vita notturna di frenetiche feste per gente che conta.
Certo, qui le possibilità di trovare un lavoro adatto al tuo titolo di studio erano davvero poche. Ma in questa stretta lingua di terra, dove ad abbondare sono solo i contratti stagionali, c’è molto più di una scontata immagine da cartolina.    
Se ricordi ancora, a quei tempi cercavano personale qualificato alla Tirreno Energy di Savona, ma che sciocchezza! La Tirreno era il feudo del dott. Pasotti, era lui a comandare lì. E tu non volevi, non potevi, diventare soltanto il suo secondo con una laurea in bioingegneria in tasca.
Piccolo, piccolissimo particolare. Oltre ai tuoi sogni, c’eravamo anche noi.
Lucia allora non era che una briciola caduta per caso dentro di me. Soltanto un puntino,  ma che puntino, più vivo e caparbio che mai. Una stupenda creatura che tu non hai mai conosciuto, e forse per te è stato meglio così. Non so se, dopo, avresti avuto il coraggio di separarti dai suoi vispi occhietti, neri e sereni come una notte limpida senza vento né luna.  
Lucia. Questo è il nome di nostra figlia, lo stesso di mia nonna. 
Sai, mi sono sentita così buffa mentre scrivevo il tuo indirizzo sulla busta.
Per l’ing. Marco Montefoschi, via Principi 16, Roma. 
In fondo, in tanti anni non mi hai mai chiesto se volessi raggiungerti. O meglio, all’inizio l’hai fatto, ma  con la stessa convinzione di un dittatore che promette regolari elezioni. Poi, più nulla.   
Perché scriverti allora? Me lo sono chiesta anch’io sai!
Non ero per niente sicura di voler mettere nero su bianco questi miei confusi e incerti pensieri.
Un foglio, il cestino. Un altro pezzo di carta, la stessa fine. Ma poi ho compreso, lo devo a Lucia. A nostra figlia. Ecco il  motivo per perdonarti, lì, a due passi da me.
Ieri, rincasando dal corso di nuoto, Lucia si è fatta seria e, interrompendo all’improvviso una dettagliata quanto assordante cronaca della sua giornata, mi ha spiazzata chiedendomi di quel padre di cui speravo tanto non sentisse più la mancanza. Pensavo che l’amore dei nonni, delle zie, e soprattutto della sua mamma, avesse oramai colmato il vuoto della tua assenza. Ma purtroppo mi sbagliavo.
A soli tre anni, Lucia era già una bimba autonoma e volitiva, un tipetto che all’asilo organizzava i giochi di tutti i suoi compagni e che ne decretava la fine. Una vera Montefoschi.
Però, a differenza di te Marco, in Lucia c’è anche il retro della medaglia. Lucia, se un bambino perdeva, si fermava a consolarlo. Tu invece, per tua sfortuna, hai una sola faccia. La peggiore.
Avresti dovuto vederla nel giorno del suo quarto compleanno quando, candidamente, mi chiese in regalo la ciminiera della centrale termoelettrica di Savona.
- E che te ne fai -  le chiesi stupita da una richiesta tanto inaspettata quanto bizzarra. Visibile da ogni punto della costa, l’alto totem per me è soltanto l’ennesimo sputo sulla faccia della mia terra. 
- Mammina, io me la voglio mangiare. Tu non lo sai, ma è di zucchero. Non vedi, è un gigantesco dolciume a righe rosse e bianche. Proprio come quelli che vendono sulle bancarelle del luna park. -
Invano quel giorno cercai di convincerla che si stava sbagliando. Lucia era sicura di quello che affermava, glielo aveva giurato il suo compagno Giulio.
Oggi, della sua tenera illusione non resta che un pallido ricordo. Però, ogni volta che Lucia passa accanto alla ciminiera,  il sorriso illumina ancora il suo sguardo carico di sogni.
Stai sereno Marco. Non ti sto cercando per importi la nostra presenza. So che ora sei sposato e che sei un pezzo grosso lì a Roma. Niente figli, no. Anche tua moglie è una donna in carriera e un gatto, è l’unico lusso che vi siete potuti concedere.
Come so tutte queste notizie su di te? Da mia cugina Daria. Sai, anche lei si è trasferita nella capitale per motivi di studio e, per una strana combinazione della vita, vive a pochi isolati da casa tua. E anche  nella grande città la gente osserva, parla a mezza bocca. Ogni quartiere non è poi così diverso da un piccolo paese.
Lucia vorrebbe incontrarti, conoscerti.
Naturalmente non le ho rivelato nulla sulla tua identità. Sta a te soltanto la decisione. Però ora sai, e chi sa, non può più fingere ignoranza.
Per me stessa, Marco, non voglio nulla. Niente di più di quello che già mi hai dato quando eravamo giovani e felici. Interi pomeriggi evaporavano in un istante mentre attendevamo abbracciati il tramonto.
A proposito, sai, è stato proprio durante uno di quei caldi crepuscoli di fine estate che è arrivata Lucia, in uno dei nostri difficili incastri che ci impegnavano per ore nella minuscola macchina di mia madre.
Scusa, sto scivolando in discorsi ormai inutili e fuori tempo massimo. Quello che conta adesso non è più né un tardivo rimpianto, né quante furono le lacrime versate da una ragazzina  per chi, a lei, aveva preferito una brillante carriera.
Lucia, solo questo resta adesso.
Prima di mettere la parola fine a questa mie confuse righe però, permettimi ancora un ultima cosa.
Pensaci Marco. Pensaci.
Lascia almeno per un istante il lavoro nel cassetto e chiudi gli occhi. Poi, senza difese, immagina una bimba che, leccandosi le labbra con l’acquolina in bocca, osserva una grossa torre di zucchero e aspetta.
Aspetta il suo papà, il suo principe, l’unico capace di arrampicarsi fino in cima per staccarne il  pezzetto più in alto.

©Paola
                                                                                                                                                                

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